Debito pubblico italiano

mercoledì 17 febbraio 2016

Ordini, albi e license alias il Paese degli orticelli!

Architetti, notai, psicologi, geologi, giornalisti, avvocati, farmacisti, periti industriali etc… : Gli ordini e gli albi sono arrivati già a circa 72 e c’è chi (trasversalmente da sinistra a destra) vorrebbe istituirne per legge altri (cuochi, sessuologi, ex parlamentari, imam etc…).
I fautori sostengono che solo gli ordini sono in grado di garantire un’adeguata formazione ed un’elevata professionalità agli iscritti oltre a una opportuna selezione fra gli aspiranti.
Se in Italia imparassimo, per onestà intellettuale, a chiamare le cose col loro vero nome diremmo che la vera ragione di tali fermenti corporativi è che ognuno vuole tirare la coperta, ormai troppo corta, dalla propria parte.
Da qui le tentazioni di restringere l’accesso alle attività professionali infischiandosene delle aspettative e dei sacrifici di centinaia di migliaia di giovani aspiranti e delle loro famiglie.
Scrive l’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nella relazione pubblicata il 21 marzo 2009 sul Ruolo degli ordini e sulla concorrenza nei servizi professionali “[…] Dall’indagine svolta è emerso […] un prevalente atteggiamento di chiusura nei confronti delle esigenze di modernizzazione imposte a livello legislativo e richieste, da oltre dieci anni, dall’orientamento antitrust nazionale e comunitario […]”.
L’Autorità guidata da Antonio Catricalà (nella foto) segnala un uso distorto della nozione di decoro da parte degli ordini “[…] Là dove, invece, la nozione di decoro regola i comportamenti economici dei professionisti […] il rischio è che i principi di etica professionale vengano utilizzati non già per la tutela di interessi generali, ma per la difesa di posizioni acquisite […]”.
Infine sull’accesso alle professioni “[…] Nell’ottica di favorire la più ampia liberalizzazione dei servizi professionali anche con riguardo all’accesso alle professioni, è auspicabile che il legislatore preveda […] l’istituzione di corsi universitari che consentano di conseguire direttamente l’abilitazione all’esercizio della professione. Nella medesima prospettiva il periodo di tirocinio dovrebbe essere proporzionato alle esigenze di apprendimento pratico delle diverse professioni e dovrebbe poter essere svolto […] nell’ambito degli stessi corsi di studio […]”
Una considerazione di ordine generale va fatta: E’ pensabile in un Paese -dove per 534 posti in Comune a Napoli si presentano in 110 mila candidati (le domande erano addirittura 250 mila), dove il posto fisso è un miraggio, dove avere la fortuna di trovare un posto di lavoro in una città come Milano o Roma vuol dire spendere circa i 2/3 dello stipendio per l’affitto, dove esiste una disoccupazione intellettuale spaventosa e dove c’è chi alla giovane età di 40 anni non ha ancora avuto l’onore di conoscere il mondo del lavoro- pensare di restringere anche quella possibile e a volte unica via di fuga, difficilissima già di per sé, che è la libera iniziativa economica privata iper-regolamentandone l’accesso o l’esercizio?
Ma il fatto che i giovani si mettano a fare qualcosa non è un interesse meritevole di tutela e costituzionalmente rilevante?
In Italia ci sono due modi di essere liberali, a chiacchiere e a fatti.
Speriamo se non altro che almeno il buon senso faccia prevalere questi ultimi.
http://italiavivibile.ilcannocchiale.it/2010/08/15/ordini_albi_e_license_alias_il.html 

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