Debito pubblico italiano

domenica 11 marzo 2018

Reddito di cittadinanza: lungimiranza o solito assistenzialismo?



Terminata la consultazione elettorale, la distribuzione geografica del consenso, che ha visto il Movimento 5 stelle, principale fautore di tale misura, particolarmente premiato nelle regioni del Sud, sta alimentando nuovamente la vecchia polemica, mai del tutto sopita, sull’assistenzialismo di stampo meridionale.
Personalmente non amo, in genere, nessuna forma di assistenzialismo né diretto, né indiretto poiché, come l’esperienza ha dimostrato, nel lungo periodo, causa danni a iosa, ma non condivido neppure chi, anche solo per speculazione politica, vuole annoverarvi il reddito di cittadinanza tout court.
Ritengo, infatti, che il reddito di cittadinanza o reddito minimo vitale, oppure reddito di dignità, indubbiamente misura da Paese civile, se ben modulato rispetto al contesto economico-finanziario nazionale che è sotto gli occhi di tutti, tenute in debito conto le coperture finanziarie, i vincoli di bilancio, e contemperandolo con le attuali misure similari (che dovrebbe assorbire) può costituire un valido strumento di politica economica lungimirante.
Basta guardare ai Paesi più avanzati del nostro, per giunta con i conti pubblici in ordine, ove diviene un vero e proprio strumento di politica economico-sociale che permette a cittadini inoccupati e/o rimasti senza lavoro di non piombare nella disperazione consentendogli, anzi, di poter seguire percorsi formativi e riposizionarsi sul mercato del lavoro abbinando, in tal modo, sviluppo economico e tranquillità sociale.
Ecco, il reddito di cittadinanza va correttamente innestato nel sistema Italia con l’ausilio imprescindibile dei centri per l’impiego che vanno assolutamente riformati sul modello efficiente del career counseling/career coaching di matrice Londinese. 
Ovviamente, ripeto, deve essere ben calibrato alla situazione economica italiana anche tenendo conto, per ragioni di equità, che, riguardo alla misura dell’importo mensile di cui da tempo si parla, vi sono tantissime piccole Partite Iva che tolto dal loro volume di affari annuale spese, tasse e contributi previdenziali non raggiungono detti importi o li superano di poco e, dunque, è bene, a tal proposito, sempre ricordare che, come diceva Milton Friedman “Se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione”. 
Aggiungo, poi, ed è una mio convincimento personale che ho maturato da anni, che un tale strumento potrebbe risultare molto salutare per iniettare nel mercato del lavoro salutari e massicce dosi di flessibilità contrattuale in entrata e in uscita, utilizzandolo, per l’appunto, come contropartita da offrire in cambio ai Sindacati (vedi foto esplicativa).
Invero, come ha dimostrato il recente Jobs Act, il voler introdurre nel mercato del lavoro italiano flessibilità contrattuale (arrivando a mettere in discussione il vecchio sistema delle tutele reali)   -senza garantire ai lavoratori che perdono il lavoro, come necessaria contropartita,  l’introduzione di uno strumento, come quello in discussione, agevole, effettivo realmente funzionante (e ciò non è scontato in un Paese dove la pastoia burocratica ammanta ogni cosa), coordinato pure con una rete di welfare che deve continuare necessariamente a vedere nell’assistenza sanitaria efficiente e accessibile a tutti il fiore all’occhiello-   è da irresponsabili poiché porta ad uno scontro sociale che, non giova proprio a nessuno, né ai lavoratori, né alle aziende.
In estrema sintesi, credo che per poter funzionare correttamente ed essere sostenibile da un punto finanziario il reddito di cittadinanza deve incardinarsi in un circolo economico virtuoso fatto da uno sviluppo economico significativo che reclama una economia finalmente libera dai numerevoli cappi che la soffocano da troppi decenni e che hanno svilito e mortificato, a vantaggio di inutili e dannosi interessi coorporativi, la ratio sottesa all’art. 41 della Costituzione.

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