Debito pubblico italiano

mercoledì 17 febbraio 2016

Mettiamo in "gabbia" il debito pubblico

Chissà cosa direbbe oggi, con un debito pubblico a circa 2170 miliardi, l’allora presidente del consiglio Giuliano Amato che nell’estate del 92, con un debito pari a soli (si fa per dire) 850 miliardi di euro, nell’approntare una pesantissima manovra finanziaria, da 30 mila miliardi di lire, esclamò  “Un prodotto difficile da digerire, ma assolutamente necessario per un Paese che si trova sull’orlo del precipizio”.
Ventidue anni fa la situazione del debito pubblico italiano, pur grave, era ancora reversibile: Sarebbe bastato un serio atto di responsabilità bipartizan mediante la predisposizione di un piano pluriennale vincolante di risanamento   -anticipando, a quel tempo, gli interventi correttivi e le manovre finanziarie spalmate tardivamente e, dunque, inutilmente nel corso di questi decenni-   sulla cui attuazione avrebbero dovuto concorrere a vigilare, responsabilmente, tutti nessuno escluso.
Oggi discuteremmo di un debito pubblico in linea con quello dei Paesi europei virtuosi.
L’argomento, vedrete, nel corso dei prossimi mesi soppianterà ogni altra discussione, dalla riforma del Senato a quella dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori.
Arrivati ormai, per usare le parole di Giuliano Amato, sull’”orlo del precipizio” vengono prospettate, da più parti, svariate soluzioni: Ristrutturazione del debito, creazione di fondi garantiti dal patrimonio pubblico, patrimoniale, prelievo forzoso sugli stipendi e/o conti correnti, spending review e le “sempreverdi” privatizzazioni.
Su quest’ultima ipotesi osservo come dal 92 in poi hanno fruttato, ad oggi, circa 127 miliardi di euro: Se si mette in relazione questa cifra realizzata globalmente dalla vendita, totale o parziale, di importanti aziende di stato ai 1.254 miliardi di debito pubblico accumulato in 21 anni ci si rende conto di quanto questa strada sia scarsamente incisiva; se prendiamo in considerazione gli anni 1996/1998, ove vi sono stati i maggiori incassi, si può facilmente notare l’irrilevanza in termini di riduzione percentuale rispetto alla montagna del debito.
In effetti come ha detto qualche autorevole esponente del board della Bce non esistono soluzioni miracolose.
Tutto può concorrere a tentare almeno di risolvere il “problema dei problemi”, ma la logica (visionaria), che mi ha spinto a buttar giù questo post, mi suggerisce che l’unico modo per evitare il default sicuro con consequenziale uscita dall’Euro e ritorno ad una moneta nazionale pesantemente svalutata a danno di tutti i risparmiatori e che occorre “ingabbiare” forzosamente la crescita del debito pubblico tramite un meccanismo di contingentamento delle entrate fiscali.
Dalle entrate fiscali su base annua, che ammontano più o meno a 430 miliardi di euro, andrebbero pagate in prededuzione le spese irrinunciabili (assistenza, pensioni minime, ordine pubblico, servizio sanitario, interessi sul debito pregresso etc.); garantito, in tal modo, il funzionamento essenziale dello Stato con la rimanenza andrebbero, poi, coperte proporzionalmente e fino alla concorrenza tutte le altre voci di spesa a bilancio.
Intanto la crescita del debito si arresterebbe e si potrebbe pensare ad una graduale riduzione del monte capitale con tutte i mezzi dianzi detti e prospettati dagli addetti ai lavori.
Dare l’immagine all’estero di un Paese che non si indebita più e che intraprende, se pur dolorosamente, la via del risanamento vero porterebbe benefici enormi sia in termini di credibilità e fiducia  sia in termini concreti di investimenti.
Ovviamente ciò non basta: Il Paese che sconta una condizione pesante di disagio, soprattutto, a livello giovanile va “svecchiato” e liberalizzato.
C’è uno scoramento generale, manca nel Paese la voglia di intraprendere di mettersi in gioco di programmare il futuro.
A parte il cibo, i vini, la moda, il turismo e i servizi non si produce più nulla con un reale valore aggiunto.
C’è un capitalismo di relazione (Cfr. relazione Antitrust 2014 ), che mortifica il merito e danneggia ogni settore dell’economia, che va smantellato rapidamente con riforme radicali e non con proclami tanto autorevoli e altrettanto sterili e inutili.
E’ risaputo che la polmonite non si cura con l’aspirina.

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