Debito pubblico italiano

mercoledì 17 febbraio 2016

Considerazioni sul mercato del lavoro

Un Paese bloccato, depresso e addormentato, incapace di reagire: E’ la descrizione ufficiale dell’Italia fatta dal Censis nel suo ultimo rapporto annuale che parla di 2,2 milioni di giovani i quali non studiano né cercano lavoro.
Secondo l’Istat, poi, il 55% dei giovani che un lavoro riesce a rimediarlo ( si tratta sovente, sempre secondo il Censis, di occupazioni senza valore aggiunto) lo trova grazie alle segnalazioni di parenti e amici mentre, la percentuale di ingressi nel mondo del lavoro tramite i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro è inferiore al 5% .
Questo il desolante quadro dell’ufficialità confermato dalla percezione empirica che è quella di un mercato del lavoro terribilmente pressoché fermo.
Ma come si spiega una crisi occupazionale giunta a livelli ormai insostenibili?
Impossibile elencare esaustivamente tutte le concause, ma queste mi paiono le più significative:

Pubbliche Amministrazioni che per ovvie ragioni di bilancio, legate ad un debito pubblico debordante, non fungono più da datori di lavoro come avveniva regolarmente e in modo massiccio fino agli anni 90;

la globalizzazione selvaggia dell’economia che porta i capitali a inseguire le condizioni più vantaggiose in ogni angolo del globo e che ha comportato massicce delocalizzazioni delle produzioni le quali hanno inflitto colpi durissimi ai distretti industriali nostrani con ripercussioni molto negative sui livelli occupazionali;

le mancate liberalizzazioni che ingessano e soffocano lo sviluppo economico;

la burocrazia asfissiante e la mancata semplificazione amministrativa e fiscale;

la giustizia civile lentissima che blocca risorse economiche ingenti togliendole dal circolo virtuoso dell’economia e scoraggiando gli investimenti esteri in Italia;

le annose piaghe della criminalità organizzata, dell’illegalità diffusa, della corruzione dilagante;

il sistema scolastico ed universitario obsoleto con i suoi eterni e spesso inutili percorsi formativi che rimandano sine die l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro speculando, non di rado, sulle loro aspettative mortificate.

A ciò si aggiunge un altro dato allarmante: Il mondo del lavoro autonomo, che realisticamente, allo status quo, potrebbe costituire la leva economica più credibile, ha subito dal 2004 ad oggi (fonte Censis) pesanti perdite che si possono quantificare in 437 mila unità (lavoratori in proprio, artigiani, commercianti); fra l’altro da un recente rapporto (settembre 2010) di Confcommercio emerge come ancora la maggioranza dei giovani Italiani insegue l’idea del “posto fisso”; infatti, soltanto il 37,7% di loro sarebbe disposto a cimentarsi su di un lavoro autonomo assumendosi il rischio di impresa.
La scarsa diffusione della cultura del lavoro autonomo fra i giovani che in certe zone d’Italia è davvero endemica, costituisce un problema enorme; occorrerebbe favorire un vero e proprio cambio di mentalità (Cfr. “Il cambio di mentalità che il Paese stenta a fare” di Oscar Giannino su “Il Messaggero” del 25 ottobre 2010)
In un tale contesto si innesta la latitanza della politica che se non fosse completamente scollegata dalla realtà sociale dovrebbe scorgere proprio nel mondo delle partite iva (micro-imprese, piccole aziende, piccole attività professionali) una leva prontamente utilizzabile ai fini di una repentina ripresa economica.
Come?
Innanzitutto con una massiccia opera di liberalizzazione che dovrebbe riguardare tutti i settori nessuno escluso scegliendo, senza tentennamenti, di far prevalere finalmente gli interessi generali sugli interessi particolari (secondo la Banca d’Italia, una decisa politica di liberalizzazione nei settori meno esposti alla concorrenza potrebbe generare un aumento del PIL dell’11%; per l’ OCSE, le liberalizzazioni aumenterebbero la produttività in Italia di quasi il 14% nei prossimi dieci anni);

diffondendo la cultura del lavoro autonomo, estendendo ad esso, nelle fattispecie in cui il fattore umano prevale sul capitale, le tutele previste per il lavoro subordinato, favorendone l’effettivo accesso al credito e, soprattutto, riconoscendone l’imprescindibile funzione sociale;

introducendo nel nostro sistema fiscale, inizialmente almeno per le partite Iva con un piccolo giro di affari, il TAX RULING con le Agenzie delle Entrate in modo da stabilire in via anticipata l’ammontare della tassazione annuale di modo che il non facile rapporto fra contribuenti e fisco (condito da diffidenza reciproca, paura e mancanza di collaborazione) potrebbe essere anticipatamente risolto con benefici effetti per entrambi e come pungolo all’ intrapresa di nuove iniziative economiche.
Vi sarebbero poi, a mio avviso, tanti altri accorgimenti a costo zero:

Il superamento di ogni discriminazione ( dal punto di vista culturale, legislativo, contributivo e previdenziale) gravante sui lavoratori in ragione della loro non più giovane età anagrafica (l’attuale rigidità non è in linea con l`evoluzione demografica dei Paesi occidentali, caratterizzata dall`allungarsi della vita media, inclusa la vita produttiva, e con l` esigenza di adattarsi alle nuove necessità che questa evoluzione genera). Questo punto, in particolare, insieme all’attuazione delle politiche di liberalizzazione nel lavoro rappresenta il necessario contrappeso alla sempre più stringente richiesta di flessibilità nel percorso lavorativo di ognuno;

il ripensamento dei Centri per l’impiego incapaci di garantire l’effettivo incontro fra domanda e offerta di lavoro ed il cui fallimento è testimoniato dai dati forniti dal Censis e sopra riportati; probabilmente un servizio così cruciale e delicato andrebbe esternalizzato e affidato a figure più professionali e motivate;

il favorire nel nostro Paese la mobilità interna dei lavoratori attraverso il reperimento e l’assegnazione di mini alloggi ad un canone di locazione agevolato proporzionato allo stipendio effettivo (attualmente a Milano uno stipendio medio di 1200 Euro copre a malapena l’affitto mensile per un monolocale);

spese di trasporto gratuite per i giovani disoccupati che si spostano per sostenere colloqui di lavoro in ogni parte d‘Italia;

Non sarà una rivoluzione copernicana , ma visto il quadro desolante che la politica (politica?) ci offre in questo scorcio di 2011 meglio che niente … da qualche parte bisogna pur fattivamente iniziare partendo da dati e analisi empiriche… il mondo intorno a noi corre… e le belle parole lasciano il tempo che trovano.
http://italiavivibile.ilcannocchiale.it/2011/01/31/considerazioni_sul_mercato_del.html 

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